
Oman, Marocco e Turkmenistan protagonisti di un viaggio nella couture contemporanea tra memoria, artigianato e identità culturale
C’è una parte della moda contemporanea che non ha bisogno di inseguire la velocità per essere contemporanea. È quella che trova nella memoria la propria materia prima, nell’artigianato la propria forza e nella cultura il proprio linguaggio. È in questa dimensione che il 23 settembre 2026, nel pieno della Milano Fashion Week dedicata alle collezioni Primavera/Estate 2027, l’Oriental Fashion Show è tornato a Milano, portando nel cuore della città tre interpretazioni profondamente diverse ma accomunate dalla stessa esigenza: trasformare il patrimonio culturale in una forma nuova di couture.
A ospitare l’appuntamento è stato il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, uno spazio che, per la sua stessa identità, aggiunge una suggestiva stratificazione al racconto. Da una parte la memoria, la conoscenza e la trasmissione del sapere; dall’altra una moda che nasce proprio dalla capacità di conservare tecniche, simboli e gesti per poi reinterpretarli attraverso il presente.
In passerella sono arrivate YOLAND dal Sultanato dell’Oman, RENA dal Marocco e Göwher Pirkulyyeva Gouvernet dal Turkmenistan. Tre nomi, tre culture, tre differenti geografie creative che hanno ricondotto la moda a una delle sue funzioni più antiche: raccontare chi siamo attraverso ciò che indossiamo. L’appuntamento è stato parte della programmazione internazionale dell’Oriental Fashion Show, piattaforma fondata da Hind Joudar e nata con l’obiettivo di portare la couture orientale e i suoi patrimoni artigianali all’interno dei principali circuiti internazionali della moda. L’organizzazione dichiara di aver promosso nel corso della propria attività designer provenienti da circa cinquanta Paesi, costruendo una rete di appuntamenti che comprende, tra le altre città, Parigi, Milano, Marrakech, Dubai, Baku e Istanbul.

YOLAND, il volto contemporaneo dell’abaya omanita
Dal Sultanato dell’Oman è arrivata YOLAND, maison che ha scelto di confrontarsi con uno dei capi più riconoscibili della tradizione femminile del Golfo: l’abaya.
Lontana dall’essere proposta come semplice citazione folkloristica, l’abaya diventa materia couture, superficie sulla quale lavorare attraverso ricami, costruzioni sartoriali e dettagli preziosi. Il riferimento al patrimonio artigianale del Dhofar introduce nella collezione anche la memoria di una regione dell’Oman profondamente legata alla tradizione dell’incenso e a una ricca cultura ornamentale.

È proprio in questo passaggio che la proposta acquista interesse nel contesto internazionale della moda. La tradizione non viene trattata come qualcosa di immobile, da conservare dietro una teca, ma come un codice ancora capace di generare nuove forme. L’abito rimane riconoscibile nella sua identità, ma viene sottratto alla dimensione esclusivamente tradizionale per entrare nel vocabolario dell’Haute Couture.
L’effetto è quello di una couture che non cerca di cancellare la propria provenienza geografica. Al contrario, la rivendica e la utilizza come elemento distintivo.

RENA e il nuovo modo di guardare al caftano marocchino
Se YOLAND lavora sulla trasformazione dell’abaya, RENA parte da un altro grande simbolo dell’abbigliamento marocchino: il caftano.
Il brand, fondato da Khadija Chraibi, possiede una storia che nasce molto prima della sua fondazione. La designer è cresciuta nell’atelier della madre, Renata, maison de couture attiva da quarant’anni, e dopo un percorso professionale e personale attraverso diverse capitali europee è tornata in Marocco per costruire un nuovo progetto attorno alla propria eredità culturale. Il nome RENA racchiude infatti il riferimento a Renata, ma anche una serie di concetti legati alla rinascita, alla renaissance e alla riconnessione con le proprie radici.

È un percorso particolarmente significativo in un momento nel quale il concetto di lusso sta progressivamente spostando la propria attenzione dal semplice valore materiale alla provenienza, alla storia e al tempo necessario per realizzare un oggetto.
La prima ricerca di RENA nasce dalla rilettura personale del caftano marocchino. L’obiettivo non è trasformarlo in un costume da indossare in occasioni speciali, ma inserirlo nella quotidianità di una donna contemporanea, mantenendone la ricchezza culturale e rendendolo al tempo stesso più versatile.
Il sito ufficiale del brand racconta una produzione nella quale ogni pezzo viene concepito individualmente e realizzato a Casablanca da artigiani il cui savoir-faire viene trasmesso attraverso le generazioni. La figura del maalem, il maestro artigiano, assume così un ruolo centrale: non semplice esecutore, ma custode di una tecnica che diventa parte integrante dell’identità del capo.
Ed è forse proprio questa attenzione alla dimensione manuale a rendere RENA particolarmente interessante nel panorama contemporaneo. In un sistema dominato dalla produzione accelerata, il tempo necessario per costruire un capo diventa esso stesso un elemento di lusso.

Göwher Pirkulyyeva Gouvernet, tra Ashgabat e Parigi
Il terzo capitolo del racconto porta invece in Turkmenistan, attraverso il lavoro di Göwher Pirkulyyeva Gouvernet, designer e fondatrice della maison omonima, attiva tra Ashgabat e Parigi.
La sua formazione è già un incontro tra culture: Fashion Design a Parigi e Costume Design a San Pietroburgo. A questa preparazione si aggiungono le esperienze nel mondo del costume e dello spettacolo, l’insegnamento presso Formamod Paris e le collaborazioni con maison francesi e internazionali. Nel 2022 la designer ha fondato la propria realtà in Turkmenistan, orientando la ricerca verso la conservazione e la reinterpretazione della tradizione nomade turkmena.

Nel suo lavoro il keshde, insieme ai ricami e agli ornamenti tradizionali, entra in relazione con una costruzione sartoriale più vicina alla tradizione couture europea. Non si tratta quindi di scegliere tra Oriente e Occidente, ma di farli dialogare all’interno dello stesso abito.
È una prospettiva particolarmente interessante perché dimostra come l’identità nella moda contemporanea non debba necessariamente essere legata a una sola geografia. Può essere il risultato di viaggi, formazioni differenti e contaminazioni che, anziché indebolire il patrimonio originario, lo rendono leggibile a un pubblico internazionale.

La moda come archivio vivente
Il valore dell’Oriental Fashion Show, al di là della singola passerella milanese, emerge proprio da questo confronto. YOLAND, RENA e Göwher Pirkulyyeva Gouvernet non raccontano la stessa cultura e non utilizzano gli stessi codici. Ciò che condividono è piuttosto un metodo: partire dalla tradizione per interrogarsi su come possa continuare a vivere nel presente.
È una questione sempre più centrale per il sistema della moda. Mentre il settore discute di sostenibilità, tracciabilità, autenticità e responsabilità culturale, il lavoro degli artigiani torna a occupare uno spazio fondamentale nel racconto del lusso. Un ricamo non è soltanto una decorazione; può essere una tecnica, una memoria familiare, una lingua locale. Un caftano non è semplicemente una silhouette; può racchiudere secoli di storia. Un’abaya può diventare una superficie sulla quale una nuova generazione di designer costruisce una propria idea di femminilità.
La moda diventa così una sorta di archivio vivente: conserva ciò che viene dal passato, ma lo modifica ogni volta che qualcuno decide di indossarlo nuovamente.
Anche la critica ha riconosciuto questa dimensione. Nel racconto della Milano Fashion Week pubblicato da Il Fatto Quotidiano, l’Oriental Fashion Show è stato associato proprio alla forza dei tessuti, delle lavorazioni artigianali e delle differenti tradizioni portate in passerella da Oman, Marocco e Turkmenistan.
Milano come punto d’incontro
La scelta di Milano non è casuale. La Fashion Week rappresenta uno dei momenti nei quali il sistema internazionale della moda concentra maggiormente attenzione, buyer, stampa e professionisti, e l’inserimento di una couture proveniente da aree spesso raccontate attraverso categorie geografiche semplificate permette di spostare lo sguardo.
Non più soltanto “moda orientale”, dunque, ma moda internazionale.
È questa forse la trasformazione più interessante suggerita dall’appuntamento. Oman, Marocco e Turkmenistan non vengono presentati come realtà esotiche da osservare a distanza, ma come luoghi nei quali esistono creatività, ricerca, alta sartoria e una precisa capacità di dialogare con il mercato globale.
L’Oriental Fashion Show lavora da anni proprio su questo confine, portando designer e maison provenienti da differenti aree culturali all’interno di circuiti internazionali. La piattaforma dichiara infatti di utilizzare le proprie sfilate anche come strumento per offrire visibilità internazionale ai designer e favorire il loro incontro con nuovi pubblici e mercati.

La Via della Seta non è soltanto memoria
Raccontare questa sfilata come un semplice omaggio alla Via della Seta sarebbe, in fondo, riduttivo.
La Via della Seta è stata per secoli una rete di scambi, di commerci, di contaminazioni e di trasferimenti di conoscenze. Stoffe, colori, tecniche, motivi ornamentali e idee hanno viaggiato insieme alle persone, modificandosi a ogni passaggio.
La couture contemporanea sembra riproporre lo stesso movimento attraverso strumenti differenti.
Un’abaya omanita incontra Milano. Un caftano marocchino viene reinterpretato da una designer cresciuta tra Casablanca e le capitali europee. Il ricamo turkmeno entra in una costruzione sartoriale influenzata dalla scuola parigina. E tutto questo accade durante la settimana nella quale Milano diventa, per alcuni giorni, uno dei centri internazionali dell’industria della moda.

È qui che l’Oriental Fashion Show trova il proprio significato più profondo: non nel semplice trasferimento di una tradizione da un Paese all’altro, ma nella possibilità di far viaggiare un patrimonio culturale senza privarlo della propria identità.
La couture, in questo senso, diventa un linguaggio capace di attraversare confini che spesso la politica, la geografia e la storia hanno reso complessi. E Milano, ancora una volta, si conferma uno dei luoghi nei quali questo dialogo può trovare una platea internazionale.
La Via della Seta continua dunque il proprio viaggio. Non più soltanto attraverso le carovane e le rotte commerciali di un tempo, ma attraverso tessuti, ricami, mani esperte e nuove generazioni di designer che trasformano la memoria in una forma contemporanea di bellezza.




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