La Primavera/Estate 2027, disegnata da Marta Bortolotti, porta all’Oratorio della Passione una ricerca fatta di superfici increspate, geometrie delicate e volumi liberi, proseguendo la storia della maison fondata a Bergamo nel 1997.

Guardando un abito muoversi, può capitare di riconoscervi qualcosa che appartiene alla pittura: il modo in cui una piega trattiene l’ombra, una superficie chiara restituisce la luce o un piccolo rettangolo giallo modifica l’equilibrio dell’intera composizione. È questa la sensazione che accompagna “Ambra”, la collezione Daniela Gregis Primavera/Estate 2027 presentata il 23 settembre all’Oratorio della Passione di Milano, dove tessuti, corpi e spazio costruiscono un racconto visivo da osservare lentamente. Fra pareti segnate dal tempo e forme scenografiche candide, gli abiti acquistano una presenza che invita ad avvicinarsi, cercando nella materia ciò che una fotografia d’insieme rischia di lasciare sfuggire.

Il nome sulla passerella appartiene a una stilista che ha fatto della ricerca tessile il centro del proprio percorso. Daniela Gregis fonda il marchio omonimo a Bergamo nel 1997, sviluppando un linguaggio riconoscibile attraverso la libertà delle proporzioni, le lavorazioni manuali e la possibilità di trasformare il capo. Il suo legame con l’arte e il design trova una manifestazione concreta nelle “Gonne dell’Avvento”, progetto avviato nello stesso anno e realizzato attraverso collaborazioni con creativi e architetti, fra i quali Marco Ferreri. L’abito diventa così anche oggetto da esplorare, superficie narrativa e occasione d’incontro tra discipline, rivelando quanto la dimensione artistica appartenga alle radici della maison.

Quella storia prosegue oggi con il contributo creativo della figlia Marta Bortolotti, che nella Primavera/Estate 2027 sviluppa il rapporto fra leggerezza, stratificazione e qualità dei tessuti. “Ambra” porta già nel nome una suggestione di luce custodita e tempo sedimentato, mentre il testo che accompagna la collezione intreccia immagini di api, miele, fiori, sole e luna. Lino, canapa, cotone e seta danno consistenza a questo paesaggio immaginario, traducendolo in un guardaroba nel quale la natura si percepisce attraverso il colore, la trasparenza e il comportamento delle fibre.

Nei look candidi, il primo elemento a emergere è la varietà delle superfici. Una blusa leggerissima, raccolta sul davanti, si apre sopra pantaloni ampi e levigati; altrove, una maglia composta da porzioni compatte e traforate sovrappone bianco e crema, lasciando intravedere lo strato sottostante. Le increspature percorrono gonne e copricapi, mentre gli orli e le cuciture interrompono la continuità del tessuto con segni discreti. Il bianco rivela così molte temperature e densità: può apparire asciutto, morbido, luminoso oppure quasi trasparente, modificandosi a ogni passo e a ogni variazione della luce.

Fazzoletti avvolti attorno alla testa, borse raccolte come piccoli fagotti e calzature basse introducono gesti familiari dentro una costruzione sofisticata. Annodare, avvolgere, sovrapporre diventano operazioni visibili, che permettono di leggere l’abito anche attraverso il modo in cui viene indossato. La figura conserva una compostezza quasi cerimoniale, ma resta libera di camminare; i volumi si allontanano dal corpo quanto basta per creare aria, mentre i tessuti leggeri ne accompagnano il movimento.

È in questo equilibrio che affiorano le associazioni pittoriche. I copricapi chiari e la luce sui volti possono richiamare l’intimità di Vermeer, mentre alcune silhouette frontali suggeriscono la calma delle figure di Piero della Francesca. Sono accostamenti dello sguardo, letture possibili offerte dalla passerella, senza attribuire alla maison un’ispirazione dichiarata. Il loro interesse risiede soprattutto nella relazione fra presenza umana e tessuto: la persona mantiene la propria individualità e l’abito contribuisce a renderla visibile, con una solennità che nasce dalla semplicità della composizione.

L’apparizione del colore introduce un’altra prospettiva. Su un abito lungo, rettangoli rosa pallido, crema e giallo si accostano in una geometria irregolare, con dimensioni e intensità differenti. Il risultato ricorda, per affinità visiva, le costruzioni cromatiche di Paul Klee e il dialogo fra tessile e pittura di Sonia Delaunay: ogni porzione trova significato accanto alle altre, mentre le pieghe modificano continuamente il disegno. La superficie diventa mobile, attraversata da riflessi che rendono il patchwork meno prevedibile di una griglia e più vicino a una composizione dipinta.

Anche l’allestimento sostiene questa lettura. Elementi bianchi dai contorni arrotondati, distribuiti sul pavimento o sollevati come piccoli arredi, creano un paesaggio di forme organiche che può evocare le astrazioni di Jean Arp. Il contrasto con la pavimentazione calda e le pareti dell’Oratorio dà profondità alla scena, mettendo in relazione la precisione dell’intervento contemporaneo con le irregolarità dell’architettura. I piccoli tocchi chiari del trucco, posati sui volti come pennellate, completano un insieme nel quale il colore circola fra abito, persona e spazio.

In passerella compare anche Benedetta Barzini, presenza che aggiunge alla collezione la forza di una storia personale e professionale riconoscibile. Il suo passaggio rende concreta l’idea di un guardaroba capace di accompagnare età differenti, lasciando spazio al carattere di chi lo indossa. In questo senso, l’invito a un tempo che “raccoglie e non esclude”, espresso nelle note della collezione, trova una corrispondenza nella relazione fra gli abiti e le persone.

Di “Ambra” rimane soprattutto la sensazione di una bellezza da scoprire attraverso l’attenzione: una trama aperta sul dorso, una borsa annodata, il rosa quasi impercettibile accanto al bianco, una lama di giallo che compare all’orlo. Sono dettagli che danno continuità alla ricerca iniziata da Daniela Gregis e sviluppata da Marta Bortolotti, mostrando quanto possa essere ricco un linguaggio costruito con pochi elementi ben scelti. All’Oratorio della Passione, ogni passo cambia la composizione e restituisce alla moda una delle sue possibilità più affascinanti: farci guardare di nuovo ciò che credevamo semplice.

Lascia un commento

In voga