Woman Unknown domina il palmarès della Mostra del Cinema, mentre NAZA scuote il Lido, Lee Chang-dong conquista il Gran Premio della Giuria e Riccardo Scamarcio firma uno dei momenti italiani più intensi della serata. Si chiude un’edizione in cui cinema, politica e memoria si sono intrecciati, ricordandoci ancora una volta perché Venezia continua a essere molto più di un red carpet.

Venezia 83 si chiude con un’immagine destinata a rimanere nella memoria di questa edizione: May el-Toukhy che solleva il Leone d’Oro per Woman Unknown. Una vittoria che assume inevitabilmente un significato ancora più forte considerando che la cineasta danese era l’unica regista donna con un’opera di finzione tra i ventuno titoli del concorso principale, proprio mentre la scarsa presenza femminile dietro la macchina da presa era diventata uno dei temi più discussi della Mostra.

La presidente della giuria Maggie Gyllenhaal aveva affrontato apertamente la questione già all’inizio del Festival, parlando di un problema sistemico che va ben oltre Venezia. Il verdetto finale ha quindi prodotto un cortocircuito particolarmente interessante: un’edizione segnata dalle polemiche sulla rappresentanza femminile termina consegnando il suo riconoscimento più prestigioso proprio a una donna, per un film che mette al centro il corpo femminile, il giudizio sociale e il peso della Storia.

May el-Toukhy e Mathilde Arcel: il trionfo di

Woman Unknown

Kvinde Ukendt – Woman Unknown ci riporta nella Danimarca immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale. Marie, interpretata da Mathilde Arcel, lavora come domestica e bambinaia nella casa del ricco vedovo Christian e sta per sposarlo, conquistando apparentemente quella posizione sociale che sembrava irraggiungibile. Sul suo futuro incombe però un passato che rischia di distruggere tutto: durante l’occupazione Marie ha avuto una relazione con un soldato tedesco.

Da questa vicenda individuale May el-Toukhy apre una pagina storica molto più ampia e scomoda, quella delle donne che durante la guerra ebbero relazioni con uomini degli eserciti occupanti e che, dopo la liberazione, furono spesso pubblicamente umiliate, perseguitate e trasformate nei corpi sui quali una società reduce dal conflitto pretendeva di esercitare la propria vendetta.

Il Leone d’Oro non arriva da solo, perché Mathilde Arcel conquista la Coppa Volpi come migliore attrice, regalando a Woman Unknown una straordinaria doppietta e rafforzando ulteriormente la centralità del film nel palmarès di Venezia 83.

Trovo particolarmente interessante che Venezia abbia premiato un’opera che non cerca il monumentale per raccontare la Storia, ma vi entra attraverso una donna e attraverso ciò che gli altri pretendono di decidere del suo corpo. È proprio questa prospettiva a rendere Woman Unknown molto più contemporaneo di quanto la sua ambientazione storica potrebbe suggerire.

John Malkovich, una Coppa Volpi per un attore fuori dagli schemi

Dall’altra parte del palmarès compare un nome che appartiene da decenni alla memoria cinematografica internazionale: John Malkovich, premiato con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile per Wild Horse Nine di Martin McDonagh.

Ripercorrere la carriera di Malkovich significa attraversare quasi quarant’anni di cinema, da Le relazioni pericolose a Nel centro del mirino, fino al geniale gioco metacinematografico di Essere John Malkovich. La sua è sempre stata una presenza difficilmente classificabile, capace di oscillare tra cinema d’autore, grandi produzioni hollywoodiane e teatro senza perdere quella cifra eccentrica, ambigua e sottilmente inquietante che lo rende immediatamente riconoscibile.

A Venezia interpreta un anziano agente della CIA e aggiunge così un’altra tappa a una carriera costruita senza diventare mai davvero prevedibile. La Coppa Volpi non appare quindi come un premio alla carriera mascherato da riconoscimento interpretativo, ma come la conferma di un attore che continua ancora oggi a scegliere personaggi capaci di metterlo in discussione.

NAZA, quando il cinema incontra la politica

Se il Leone d’Oro rappresenta il vertice artistico della serata, NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor ne costituisce probabilmente uno dei momenti politicamente più potenti. Il documentario ha conquistato il Premio Speciale della Giuria dopo essere diventato, durante il Festival, uno dei titoli maggiormente discussi per la sua indagine sulle operazioni israeliane a Gaza.

Abraham e Szor arrivavano inoltre a Venezia con un precedente importante: erano già tra gli autori di No Other Land, vincitore dell’Oscar nel 2025. L’accoglienza riservata a NAZA al Lido e la standing ovation che ha accompagnato il film hanno trasformato la sua presenza alla Mostra in uno dei momenti più commentati dell’edizione.

Separare completamente il valore cinematografico dall’impatto politico di un’opera come questa diventa quasi impossibile e forse non è nemmeno necessario farlo. Venezia nasce come luogo del cinema, ma nei passaggi più significativi della propria storia è diventata anche uno spazio nel quale le immagini interrogano il presente, provocano reazioni e costringono il pubblico a confrontarsi con realtà che spesso preferirebbe non guardare.

Lee Chang-dong e Ilya Khrzhanovsky: il grande cinema d’autore

Il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria è andato a Lee Chang-dong per Possible Love. Per chi segue il cinema asiatico il suo nome rappresenta da tempo una garanzia: regista, sceneggiatore e scrittore sudcoreano, Lee ha costruito una filmografia relativamente contenuta ma di enorme influenza, passando da Peppermint Candy a Oasis, Secret Sunshine, Poetry e Burning.

Il suo ritorno dietro la macchina da presa era quindi uno degli appuntamenti più attesi di Venezia 83 e Possible Love, attraversato da conflitti di classe, dilemmi etici e ferite personali, gli ha consegnato uno dei riconoscimenti più prestigiosi della Mostra.

Il Leone d’Argento per la migliore regia è stato invece assegnato a Ilya Khrzhanovsky per DAU, mentre il premio per la migliore sceneggiatura è andato a Stéphane Brizé, Coralie Amedeo e Olivier Gorce per Un Bon Petit Soldat – A Good Little Soldier. Malou Khebizi, grazie ad A Place to Heal, completa il palmarès principale conquistando il Premio Marcello Mastroianni dedicato a un giovane attore o attrice emergente.

Riccardo Scamarcio, il momento italiano di Venezia 83

L’Italia trova uno dei suoi protagonisti in Riccardo Scamarcio, ormai da tempo uno dei volti più riconoscibili della sua generazione. Dalla Puglia al cinema internazionale, Scamarcio ha progressivamente trasformato la propria immagine, passando da interprete simbolo di una generazione a produttore e attore capace di muoversi tra cinema popolare, ricerca autoriale e produzioni internazionali.

A Venezia 83 arriva con I figli della scimmia, opera prima di Tommaso Landucci, e conquista il premio come miglior attore della sezione Orizzonti. Un riconoscimento particolarmente significativo anche perché Scamarcio è coproduttore del film e perché il progetto affronta la paternità attraverso una materia emotiva tutt’altro che semplice.

La dedica «a tutti i papà del mondo» ha riportato per qualche minuto la cerimonia a una dimensione intima e universale. È forse anche questa la forza di Venezia: riuscire a passare nel giro di una stessa serata dalla geopolitica di NAZA alla memoria europea di Woman Unknown, fino alla fragilità privata di un padre raccontata da un film italiano.


Dal 1932 a Venezia 83: quasi un secolo di cinema

Per comprendere davvero il peso di questi premi bisogna tornare indietro fino al 1932, quando sulla terrazza dell’Hotel Excelsior del Lido prendeva vita la prima Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica. Quella prima manifestazione non era ancora competitiva e difficilmente qualcuno avrebbe potuto immaginare che Venezia sarebbe diventata il più antico festival cinematografico internazionale del mondo.

Nel 1934 arrivò la prima edizione competitiva, con diciannove nazioni rappresentate e già centinaia di giornalisti accreditati, mentre dall’anno successivo la Mostra assunse una cadenza annuale. Da allora la storia del Festival ha attraversato fascismo e dopoguerra, contestazioni, trasformazioni culturali, crisi e rinascite, accompagnando quasi un secolo di evoluzione del linguaggio cinematografico.

Il Leone d’Oro, oggi uno dei premi più desiderati del cinema mondiale, porta con sé questa storia e l’identità stessa di Venezia, richiamando il Leone di San Marco. Nel corso dei decenni il Lido ha accolto alcuni dei più importanti registi, attori e autori del Novecento e del nuovo millennio, trasformando la Sala Grande e il Palazzo del Cinema in luoghi entrati nell’immaginario collettivo.

Quasi un secolo dopo, quel rapporto tra Venezia e il cinema continua ad avere qualcosa di irripetibile. Cannes possiede la Croisette, Hollywood il mito dell’industria cinematografica, ma Venezia ha il Lido, l’Excelsior, il Palazzo del Cinema e soprattutto quella particolare sovrapposizione tra storia, acqua, decadenza, eleganza e glamour che rende ogni edizione diversa da qualsiasi altro festival.

Un Leone d’Oro che racconta molto più di un vincitore

L’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, diretta da Alberto Barbera, si chiude così dopo undici giorni nei quali il cinema ha mostrato ancora una volta tutte le proprie contraddizioni: industria e arte, star system e impegno politico, red carpet e storie capaci di affrontare guerra, discriminazione, famiglia, memoria e identità.

Tra tanti premi, l’immagine simbolo rimane quella di May el-Toukhy con il Leone d’Oro e Mathilde Arcel con la Coppa Volpi. Una regista e un’attrice che hanno riportato alla luce una storia di donne giudicate, umiliate e dimenticate e che, quasi per uno straordinario gioco del destino, conquistano insieme il centro della scena proprio nell’edizione in cui la presenza femminile in concorso era diventata uno degli argomenti più controversi.

Venezia è nata nel 1932 e, novantaquattro anni dopo, riesce ancora a fare ciò che dovrebbe fare un grande festival: non dirci soltanto quali siano i film migliori, ma suggerirci quali storie valga ancora la pena raccontare. Questa volta il Leone ha scelto una Woman Unknown, una “donna sconosciuta”, ricordandoci quante donne sconosciute la Storia debba ancora imparare a guardare.

Una risposta a “Venezia 83, il Leone d’Oro è donna: May el-Toukhy trionfa con Mathilde Arcel, Malkovich conquista la Coppa Volpi e Scamarcio porta l’Italia sul podio”

  1. A proposito di film “al femminile”, hai visto Non conosci Papicha?

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