
L’arrivo di Pieter Mulier alla direzione creativa di Versace, con decorrenza dal luglio 2026, non è solo una nomina di peso: è un segnale chiaro di come il sistema moda stia tentando di ricomporsi dopo anni di transizioni accelerate, acquisizioni strategiche e direzioni creative spesso più funzionali al mercato che alla visione. In questo senso, Versace diventa l’ennesimo capitolo di quella narrazione che avevamo già intercettato parlando di “direttori creativi in cerca d’autore”, figure chiamate a restituire un linguaggio riconoscibile a marchi fortissimi ma in fase di ridefinizione.
L’ingresso di Versace nell’orbita del Gruppo Prada ha immediatamente spostato il baricentro del discorso: non si tratta più soltanto di preservare un’identità storica, ma di tradurla all’interno di una nuova grammatica industriale e culturale. La scelta di Mulier risponde perfettamente a questa esigenza. Designer colto, rigoroso, formatosi fuori dai cliché del fashion system tradizionale grazie a un background in architettura, Mulier è una figura che lavora per sottrazione e profondità, non per accumulo di segni.
La sua lunga e strutturata collaborazione con Raf Simons è centrale per comprendere questa nomina. Non un semplice rapporto professionale, ma un sodalizio intellettuale che ha attraversato alcuni dei capitoli più rilevanti della moda contemporanea, da Jil Sander a Dior, fino all’esperienza americana di Calvin Klein. In ogni contesto, Mulier ha dimostrato una rara capacità di assorbire e rielaborare un linguaggio senza mai imitarlo, qualità fondamentale oggi per una maison come Versace, il cui immaginario è tra i più iconici e, al tempo stesso, tra i più esposti al rischio di autoreferenzialità.

Il passaggio da Alaïa a Versace potrebbe apparire, a prima vista, come un cambio di registro radicale. In realtà, è proprio qui che la scelta si fa interessante. L’esperienza di Mulier da Alaïa ha mostrato come sia possibile lavorare su sensualità, corpo e potenza formale senza cedere alla nostalgia o al decorativismo fine a se stesso. Un approccio che potrebbe restituire a Versace una nuova tensione, meno legata all’archivio come esercizio citazionista e più orientata a una rilettura strutturale del suo DNA.
Il contesto in cui questa nomina avviene è tutt’altro che neutro. Dopo una direzione creativa breve e interlocutoria come quella di Dario Vitale, Versace aveva bisogno non di un traghettatore, ma di una figura capace di ricostruire un racconto coerente nel medio-lungo periodo. Il fatto che l’annuncio arrivi dopo mesi di indiscrezioni conferma come la decisione sia stata ponderata, frutto di una visione strategica condivisa ai vertici del gruppo.
Non è secondario il ruolo di Lorenzo Bertelli in questa operazione. Le sue dichiarazioni parlano di dialogo profondo con la storia e l’estetica del marchio, ma soprattutto di potenziale da esprimere. È una frase chiave, perché riconosce implicitamente che Versace, pur essendo un nome potentissimo, attraversa una fase di ridefinizione identitaria. In questo senso, Mulier non arriva come un “salvatore”, ma come un autore chiamato a riscrivere il testo senza cancellarne il senso.
In un’industria che sembra oscillare continuamente tra hype e conservazione, la nomina di Pieter Mulier a Versace rappresenta un tentativo concreto di rimettere la visione al centro. Non è una scelta rumorosa, ma proprio per questo è significativa. Se il futuro della moda passa davvero dalla capacità di costruire narrazioni solide e durature, allora Versace potrebbe aver appena fatto una delle sue mosse più decisive degli ultimi anni.



Lascia un commento