
Il mondo della moda sta attraversando a livello globale una fase di profonda turbolenza che si riflette in modo sempre più evidente sulla tenuta occupazionale del settore. L’Italia, storicamente uno dei pilastri del fashion system internazionale, non fa eccezione. Negli ultimi mesi si susseguono infatti annunci di ridimensionamenti, riorganizzazioni e licenziamenti che coinvolgono tanto marchi storici quanto realtà più recenti, segno di un comparto chiamato a ripensare radicalmente il proprio modello industriale.
Il caso Blufin: stop alla produzione per Blumarine
L’ultimo caso arrivato agli onori della cronaca è quello di Blufin, società titolare del marchio Blumarine, che nel corso del 2026 cesserà l’attività produttiva. Le indiscrezioni circolavano già da tempo, ma nelle ultime settimane hanno trovato conferma sulla stampa. Secondo quanto emerso, sarebbe prevista una cassa integrazione straordinaria per i circa venti dipendenti rimasti, dopo una serie di esodi volontari avviati nella primavera scorsa.
La decisione si inserisce nel contesto della cessione di ramo d’azienda relativa ai negozi e agli outlet Blufin, passati alla holding Exelite di Marco Marchi, fondatore e titolare di Liu Jo, che ha acquisito il brand lo scorso novembre. Dal gennaio di quest’anno, tutti i dipendenti dei punti vendita sono confluiti in Exelite, mentre l’attività produttiva resta esclusa dall’operazione. Sul dossier, per ora, permane il riserbo sia da parte dell’azienda sia da parte delle organizzazioni sindacali.
Aeffe e la vertenza Alberta Ferretti
Restando in Emilia-Romagna, si è riaccesa con forza anche la crisi del gruppo Aeffe, che fa capo ad Alberta Ferretti. Alla fine del 2025 sono state avviate procedure di riduzione del personale che prevedono 221 esuberi su un totale di circa 540 dipendenti, con le prime lettere di licenziamento già recapitate.
La vicenda è finita al centro della mobilitazione sindacale, sintetizzata efficacemente dallo slogan “Il diavolo veste Aeffe”, comparso su un volantino diffuso da Cgil Rimini e Filctem Cgil. Secondo i sindacati, l’azienda non avrebbe accolto la richiesta di proroga degli ammortizzatori sociali, una scelta che avrebbe potuto consentire di arrivare a un confronto istituzionale con un piano industriale più chiaro e di attenuare l’impatto sociale degli esuberi.
Le parti sociali chiedono ora l’apertura urgente di tavoli di crisi con le Regioni Emilia-Romagna e Lombardia, sottolineando come la vertenza Aeffe rappresenti non solo una crisi aziendale, ma il simbolo di un intero settore che fatica a gestire le fasi di difficoltà. È previsto un incontro al Ministero delle Imprese e del Made in Italy il prossimo 21 gennaio.
Dsquared2, Woolrich e Missoni: il ridimensionamento continua
Quelli di Blufin e Aeffe non sono casi isolati. Lo scorso ottobre Dsquared2 ha annunciato il licenziamento di circa 40 dipendenti, nell’ambito di una riorganizzazione strategica globale. A Milano la procedura di licenziamento collettivo, avviata nel rispetto delle normative vigenti, dovrebbe concludersi nella prima parte del 2026. Anche in questo caso, l’azienda ha fatto riferimento alle “sfide profonde e complesse” che stanno investendo l’intero settore moda a livello internazionale.
Tiene con il fiato sospeso anche la situazione di Woolrich, recentemente entrata nell’orbita di BasicNet. Poco prima di Natale la nuova proprietà ha confermato l’intenzione di trasferire 139 lavoratrici e lavoratori a Torino, motivando la scelta con una flessione del fatturato stimata attorno al 30 per cento. La decisione ha incontrato una forte opposizione da parte di sindacati, istituzioni locali e dipendenti, culminata in un presidio organizzato durante Pitti Uomo. Al momento il trasferimento è stato sospeso, in attesa di un nuovo confronto fissato per il 30 gennaio.
Infine, segnali di ridimensionamento arrivano anche da Missoni. Secondo quanto emerso, sarebbero in corso esuberi limitati ma significativi, concentrati in particolare nell’area comunicazione, storicamente gestita internamente e ora destinata a essere esternalizzata.
Una crisi strutturale del Made in Italy
Nel loro insieme, questi episodi delineano un quadro chiaro: la crisi della moda italiana non è episodica, ma strutturale. La contrazione dei consumi, la pressione dei costi, la concorrenza internazionale e il cambiamento delle abitudini di acquisto stanno mettendo in discussione modelli di business che per decenni hanno garantito crescita e occupazione.
Il rischio, sempre più concreto, è che il prezzo di questa transizione venga pagato soprattutto da lavoratrici e lavoratori, mentre il settore è chiamato a interrogarsi su come conciliare competitività, sostenibilità industriale e tutela del capitale umano che ha reso il Made in Italy un’eccellenza riconosciuta nel mondo.




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